Il Wuxiapian, l’Italia, Tsui Hark: “Seven Swords”

Proposto da: shaggs
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Luca Dag   (25 anni)
Vi siete mai domandati come mai il “wuxiapian” (cappa e spada del cinema orientale) fino a 5 anni fa (“La Tigre e il Dragone”) non era mai arrivato nel nostro “Bel Paese”?
Eppure è quasi da un secolo che a Hong Kong realizzano questo genere di pellicole…
Perchè, dunque, solo nel 2000 un film “esotico” ha superato i confini della propria patria ed è giunto fino a noi, vincendo vari Oscar e appassionando il pubblico?
Semplice, non era un vero wuxiapian, bensì un film americano diretto da un bravo regista cinese (Ang Lee), che vive negli Stati Uniti e che quindi realizzò una pellicola con contenuti tipicamente orientali e immagini molto suggestive, ma dirigendo il tutto in maniera tale che sarebbe potuto essere “consumato” da tutti gli occidentali (americani ed europei).
La regia de “La Tigre e il Dragone” è prettamente americana, non c’è nessuno degli eccessi virtuosi che caratterizzano le opere che si realizzano ad Hong- Kong.
Non per niente, se a noi Occidentali (critica e pubblico) il film era molto piaciuto, in patria era stato accolto con freddezza, ottenendo risultati discreti, ma di certo non esaltanti.
"La tigre e il dragone" di Ang Lee è il «wuxiapian» più famoso in Occidente, ma per i cinesi è un film di mediazione, rivolto a un pubblico occidentale che non conosce la grande tradizione dei racconti «wuxia» nella letteratura e nel cinema.

Fu quindi la volta del grande Zhang Yimou (“Lanterne rosse”), che seguendo l’esempio del suo collega cino-americano, si cimentò in un genere che non gli era congeniale, realizzando due bei film: “Hero” e “La foresta dei pugnali volanti”.
Il primo, visivamente fascinoso, è comunque (più che un film) un quadro impressionista, un delirio di colori e di immagini da cartolina: tutto molto bello, leccato, ma si rimane a dir poco un po’ distaccati.
Nel secondo caso, Yimou ha svolto il processo inverso: solo sentimenti.
Quindi un altro bellissimo film, più appassionante del precedente, anche questo visivamente meraviglioso, con un tocco di tragedia amorosa alla Shakespeare, che non guasta mai (con gli spettatori convinti di stare a guardare qualcosa d’autoriale…).
Anche Zhang Yimou, insomma, non ha realizzato due veri wuxiapian, ma dei kolossal d’ampio respiro e dai toni epici, stilisticamente un po’ ricercati, certo, ma comunque tranquillamente fruibili dal grande pubblico di spettatori paganti.
“La Tigre e il Dragone”, “Hero”, “La Foresta dei pugnali volanti”, belle opere…. ma per favore non chiamatele wuxiapian…
Gli spettatori ignoranti in materia, invece, li hanno scambiati per tali, pensando, quindi, di essere diventati improvvisamente appassionati di “wuxia”; mentre quei pochi veri conoscitori del genere sono rimasti per lo meno un po’ perplessi…

E qui arriviamo a Tsui Hark, massimo esponente della cosiddetta “Nouvelle Vague” di Hong Kong. Colto e popolare al tempo stesso.

Regista leggendario, con alle spalle almeno una sessantina di film (di tutti i generi, anche commedie, drammi e musical), ma famoso soprattutto per i suoi wuxiapian (se non ne è l’inventore, poco ci manca), tra cui vanno ricordati almeno i suoi capolavori: “The Blade” (niente a che vedere col film con Wesley Snipes) e la saga di “Once upon a time in China”, con cui ha lanciato Jet Li e Donnie Yen.
Eppure, di tutti questi film, quelli giunti in Italia si contano sulla punta delle dita e quei pochi, tra l’altro, sono spesso stati distribuiti direttamente per l’Home Video.
Perché?
"I wuxiapian di Tsui Hark, a differenza dei film occidentalizzati di Ang Lee e Zhang Yimou sono “veri” wuxiapian, senza compromessi e in quanto tali, risulterebbero indigesti per il grande pubblico; poi Hark ha una messa in scena un po’ troppo eccentrica per la plebe che affolla le sale; quindi meglio lasciare ad Hong Kong le sue pellicole, o se proprio vogliamo, rifiliamole direttamente in videoteca per qualche appassionato"
Questo è stato finora il ragionamento dei distributori italiani.
Eppure, ora che un film di Tsui Hark è stato finalmente distribuito al cinema (complice la sua partecipazione Fuori Concorso alla Mostra di Venezia), vien quasi da dire che era meglio che avessero continuato a distribuire le sue opere per l’Home Video.
Naturalmente stiamo parlando di “Seven Swords”, l’ultima fatica del maestro cinese.

Dicevo che era meglio che non avessero distribuito questo film al cinema.
Perché?
Semplice, come ho scritto sopra, i suoi wuxiapian rispettano al 100% il significato di questa parola e, sempre come dicevo sopra, si dà il caso che i veri wuxiapian cinesi, realizzati a dovere, non siano assolutamente adatti al grande pubblico italiano.
Invece…
Già, invece…
Invece hanno distribuito questo film nelle sale, un po’ per Venezia, ma soprattutto perché dopo Ang Lee e Zhang Yimou, si è creduto che fosse giunto il momento di far conoscere al pubblico il precursore del genere, il maestro per eccellenza: Tsui Hark.

Gli spettatori, come prevedibile, si sono fiondati a vedere un film che credevano sulla falsa riga dei tre film suddetti (“La T.e il D.”, “Hero”, “La F. dei p.v.”). Chi è Tsui Hark? “Bò, chi se ne frega, tanto ‘sti film cinesi so’ tutti uguali”

Dopo 140 minuti abbondanti di film, la gente si è guardata in faccia, stordita, rincoglionita, sperduta e attonita di fronte al cinema di Tsui Hark: ipercinetico, fatto di corpi sfuggenti, in perenne movimento, combattimenti forsennati, serviti da una regia a momenti quasi "astratta", dove lo spettatore ha difficoltà a trovare punti di riferimento spaziali.
Una favola furiosa, furibonda, vibrante.
Troppo per gli spettatori delle multisale.
Troppo anche per gli spettatori cinefili che non conoscevano il regista in questione (e pensare che rispetto alle sue pellicole precedenti, questo è un film molto più accessibile!)
Conclusione?
La solita.
La gente non capisce (qualcuno perché proprio non capisce, altri perché sono semplicemente impreparati), quindi inizia la raffica di insulti al regista ed alla sua opera cinematografica.

La gente non è pronta, la gente non sarà mai pronta per i wuxiapian, quelli veri.

“Il film che ha aperto Venezia, fuori concorso, Seven Swords è un «wuxiapian» spudoratamente cinese, senza compromessi”. (Alberto Crespi)

“Questo produttore, regista, scrittore, musicista, montatore, disegnatore, attore, è il più vitale e energetico cineasta del mondo ed è molto più di un cineasta visionario e ipnotico, dalle ambizioni e dalla ve1ocità d’esecuzione e di ripresa perlomeno doppia di quella di George Lucas. È “controcultura” viva in azione, e che non ha perso l’entusiasmo di quaranta film fa.(…) Saprà dunque annichilire e dissanguare i fan dell’arte leziosa dì Ang Lee (La tigre e il dragone), dell’esibizionismo buffo e metallaro di John Woo e renderà «antichi» perfino i programmi, segreti e charmant, di quella centrifuga emozionale chiamata Zhang Yimou”. (Roberto Silvestri)

Ho lasciato un attimo la parola ai critici (che per fortuna stavolta mi sostengono…), perché io avrei da dire ancora molte cose, ma: 1) non mi si caga nessuno 2) dopo “Alexander”, non posso ogni volta stare qui a dissanguarmi per difendere le pellicole “incomprese” .
Quindi chiudo qui.
Chi non è ancora stufo di sentirmi, può andare a leggersi la mia Recensione di “Seven Swords” (anche lì troverà pane per i suoi denti).
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