| Elephant | |||||||||||||||||||||||
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| Cinico & meraviglioso |
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| La nuova pellicola di Van Sant affronta la strage avvenuta all’Istituto Superiore “Columbine” (la più famosa di una triste serie di massacri avvenuti negli Usa tra il ’97 e il ’99), quando due ragazzi armati fino ai denti (dopo aver tranquillamente ordinato le armi tramite Internet), fecero irruzione nella loro scuola e uccisero per puro passatempo 16 studenti, ferendone oltre 20. Il soggetto era già stato trattato da Michael Moore nel suo “Bowling a columbine” (vincendo l’Oscar), ma dove Moore criticava apertamente il governo Bush e la legislazione americana in genere, Van Sant si distacca completamente, scegliendo di non prendere posizione, di non giudicare, bensì di limitarsi a mostrare. “Elephant” non vuole fornire alcuna morale o risposta, preferendo una forma documentaristica, perché è “la forma” che interessa a Van Sant, lo sguardo discreto della cinepresa, che si limita a seguire passivamente, con lunghi piani sequenza, gli studenti, nei freddi corridoi della scuola, inquadrandoli spesso da dietro. E mentre si avvicina il tragico epilogo, i piani temporali delle storie dei ragazzi si incrociano, mostrando così i diversi punti di vista e l’uso della musica è talmente distaccato, che, col montaggio, contribuisce a raggiungere l’intento del regista, ossia quello di un “pugno allo stomaco”. “Elephant”, infatti, è un film glaciale, che mostra la violenza con un distacco tale, da far quasi apparire la strage di Columbine come un fatto ordinario, ineluttabile, che può avvenire in qualsiasi momento. E questo senso di impotenza e di rassegnazione attanaglia lo spettatore, che si ritrova senza le sicurezze che solitamente gli vengono fornite al cinema, diventando prigioniero di questo effetto disturbante che pervade tutta la pellicola. Perché è questo lo scopo di Van Sant, creare disturbo e smarrimento, servendosi della sua regia- non regia, così malinconicamente rassegnata, che mostra cinicamente, ma non spiega, né rassicura. Trionfatore a Cannes 2003: da vedere, ma per pochi. | |||||||||||||
| Luca Dag | |||||||||||||
| Grande esercizio di stile |
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| Concordo con Mogdar nel sottolineare come questo film lasci (volutamente) molto confusi, per cui dare un giudizio è impresa assai ardua, ma dovendomi sbilanciare, preferisco farlo a favore di questa pellicola, che lascia un senso di smarrimento indescrivibile e bisogna rendere omaggio al genio di Gus Van Sant per come ha saputo gestire l'argomento trattato senza scadere nella retorica o nell'emettere giudizi. Ottima la scelta delle inquadrature che seguono i ragazzi passo passo, quasi cercando di entrare nella loro vita, evitando però di disturbare troppo (è questa la sensazione). Agghiacciante, infine la normalità con cui ci viene mostrata la strage... La musica e la fotografia seguono anch'esse la direzione di un documentario distaccato e conferiscono al prodotto finale un distacco ancora maggiore di quanto già non appartenesse all'opera. Da vedere. | |||||||||||||
| Michael | |||||||||||||
| Pensieri atipici e indefiniti ... |
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| Un giorno il re convonca nella piazza principale i ciechi della città e li dispone attorno ad un elefante, poi chiede loro di descrivere ciò che hanno di fronte. Allora ognuno trae conclusoni diverse rispetto alla parte anatomica dell'animale che ha toccato e tutti finiscono per litigare per il divertimento del re. Il saggio insegnamento che si cela dietro questo breve passo è che se i ciechi, invece di litigare, avessero dialogato sarebbero giunti ad una descrizione più precisa e oggettiva dell'animale che avevano di fronte. Questa è la parabola buddista, dalla quale Gus Van Sant trae il titolo del suo film. E in effetti è come se il regista nel creare la sua opera fosse stato forte di questo insegnamento. Il suo è uno sguardo incredibilmente indifferente, privo di emozioni, suggestioni, stati d'animo, proprio come fosse quello del santo buddista che medita e trascende. E da uno sguardo così indifferente non possono che scaturire immagini fredde, asettiche (così come sono nella realtà le scuole americane) e senza una morale estetica di sorta. Le interminabili carrellate con la steadycam, gli interminabili e imbarazzanti silenzi, l'insostenibile normalità e assenza di eventi sono tutti elementi che rappresentano l'occhio stesso e lo stato d'animo del regista. Anche se molti l'hanno definito un film ai limiti del documentaristico (paragonandolo inevitabilmente a Bowling a Columbine di Michael Moore), a mio avviso, così non è. Non è un film sulla morale, ma è un film che, senza dare giudizi, vuole sondare l'animo umano e scavare nel buio più nero della psiche. Ed è anche un film di estrema solitudine e sulla solitudine: i piani sequenza che seguono i personaggi mostrano tutto il resto in maniera estremamente sfocata, ovattata. Vi siete sentiti mai soli ? Secondo me rende molto l'idea. E inoltre la superficialità dei (pochi) dialoghi e forse nel modo di vivere della odierna società americana sottolineano questo aspetto. Un film particolare, sicuramente da vedere. | |||||||||||||
| Paolo aka Omorzo, 28 anni, Civitanova Marche | |||||||||||||
| ?!?!?!?!?!? |
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| Iniziamo subito col dire che raramente, forse mai, mi era successo di uscire dal cinema dopo aver visto un film e di non sapere se lo stesso mi era piaciuto o meno, se amavo l'opera appena visionata o la rigettavo. Eppure ieri sera Elephant mi ha lasciato con un mattone sullo stomaco, un senso di ansia e agitazione da lasciarmi stupefatto, e sì che non avevo mangiato abbacchio o pepata di cozze a cena nè avevo assunto droghe dai nomi o colori improbabili.....la regia è indiscreta, impersonale, neutrale e fredda: vuole far apparire agli occhi dello spettatore una così assurda eppure tristemente reale tragedia come una cosa normale, che facilmente può accadere: il risultato perfettamente riuscito è quello di lasciare il pubblico quasi insensibile di fronte alle immagini, come si trattasse di un videogioco splatter. Questa però è solo un'illusione, perchè quello che porto dentro me e che mi resta avvinghiato al fegato da ieri sera è tutt'altro che indifferenza: il film ti si attacca addosso anche contro la tua volontà, anche se cerchi di scacciarlo via, e sicuramente mi sentirei di riconsigliarlo a me stesso, nell'ipotetica evenienza che potessi tornare indietro nel tempo. Altrettanto sinceramente non saprei se consigliarlo ad amici e parenti nè se affittarlo un domani in videoteca: è una scelta che lascio fare a voi in base alla vostra curiosità. Van Sant comunque confeziona un'opera che per gli occhi è un vero spettacolo, per la sapienza alla regia e per la bellissima fotografia: sarò suscettibile di smentite e forse esagero, ma mi ha ricordato Kubrick per il modo in cui il mondo passa frenetico sotto l'occhio indiscreto della sua macchiana da presa, per la perfezione formale delle immagini. In conclusione, dal momento che come avrete capito sono combattuto e mi sono spesso smentito da solo in questa recensione, per ora non posso dare al film un voto e non so se sarò mai in grado di farlo: il giorno in cui alzandomi il mattino potrò quantificare su una scala da 1 a 10 il "valore" di questa pellicola sarà mia premura comunicarlo al webmaster Paolo: la mia non è vigliaccheria, è incapacità. PS: Non posso non dare un voto perchè la possiblità non è contemplata dal sito....darò un simbolico 1 ma vale quanto detto sopra | |||||||||||||
| mogdar, 28 anni, Neverland | |||||||||||||
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